Scritto da Admin
30 lug 2008

«Tempi difficili? Investite in pubblicità» Consiglio di Enrico Finzi, Sociologo

Tempi difficili


L’economia frena, le Borse cadono, i prezzi corrono e la crisi fa soffrire anche il mercato pubblicitario…
“Quando si vivono periodi economici difficili e incerti come questo ci sono due grandi voci sulle quali le aziende operano i tagli: comunicazione e formazione, esordisce Enrico Finzi, sociologo e presidente di Astra Ricerche che da 25 anni prepara i report sugli investimenti pubblicitari per Upa, l’associazione che riunisce gli utenti di pubblicità italiani. Basti pensare che nonostante le grandi chiacchiere da convegno oggi si investe in formazione poco più del 60% rispetto al 1999. In pratica 4 € su 10 si sono volatilizzati.
Quanto alla pubblicità è anche intuitivo pensare che è proprio negli anni di difficoltà che conviene investire di più”.

Invece succede il contrario. Perché?
“Dietro un mercato pubblicitario sostanzialmente piatto ci sono varie ragioni. La prima è che crescono gli investimenti nell’area di comunicazione non pubblicitaria e in particolare in eventi e Internet. La Rete, secondo fenomeno, sta registrando un aumento di presenza di aziende su siti, portali, community con investimenti che non sempre vanno a buon fine. Terza causa del mercato piatto è il cattivo aumento dei consumi interni, che spinge le imprese a far più pubblicità all’estero. Il quarto e il quinto aspetto, infine, riguardano la crescita delle iniziative sui punti vendita e il generale clima di incertezza sul futuro che fa sì che chi investe in pubblicità contenga le spese e resti alla finestra”.

Lei dice che invece sarebbe questo il momento di fare pubblicità. Magari non solo in Tv?
“Una quota di pubblicità televisiva così alta come quella in Italia è un caso unico al mondo. Certo il numero di contatti tv è superiore rispetto ad altri mezzi e il costo pubblicitario basso. Ma ci sono statistiche che dimostrano come dal 1991 ad oggi per avere lo stesso ritorno sia necessario addirittura spendere il doppio, tolta anche l’inflazione. La realtà è che i rivenditori degli spazi sulle reti Mediaset sono mostruosamente bravi ma anche che c’è una sorta di ignoranza e di pigrizia degli investitori pubblicitari abbacinati dalla tv. Ma nell’ultimo periodo qualche dubbio è venuto e anche le reti fanno più fatica a raccogliere pubblicità mentre cresce l’attenzione verso tv a pagamento come Sky che per qualità e fasce di pubblico assomigliano di più ai quotidiani”.

Questo vuol dire che la pubblicità sui giornali andrebbe riscoperta?
“Il quotidiano è un fior di mezzo pubblicitario che presenta buone frequenze di lettura e non solo da parte di chi lo acquista in edicola: basti pensare ai milioni di italiani che lo sfogliano al bar. Chi fa pubblicità su un quotidiano, poi, può contare su due elementi molto importanti come la fedeltà del lettore e la probabilità che il suo annuncio sia visto. In più, siamo di fronte a un contesto più credibile rispetto a quello televisivo e a un mezzo che permette una maggiore efficacia comunicativa. Del resto, quel che si scrive su una pagina di giornale per spiegare un prodotto, ad esempio un’auto, col fischio si può raccontare nei pochi secondi di uno spot o di un annuncio alla radio”.
-Achille Perego-

Fonte: Il resto del Carlino