Scritto da Admin
30 mag 2008

L’innovazione italiana deve saper recepire i segnali deboli.

L'innovazione italiana

Nel quarto millennio a.c. fu inventata la ruota, e con essa l’innovazione tecnologica. In Mesopotamia la ruota veniva utilizzata per realizzare vasi rudimentali. Poi ci arrivarono anche gli inca che la usavano per far giocare i bambini. L’innovazione, di per sé, è nuda. Non porta a nulla se non si traduce in soluzioni e progetti.
Al nostro paese è da sempre ascritto il merito della creatività. E’ la cifra qualitativa del made-in
Italy, su cui poggia gran parte del nostro export.
Ma al nostro paese viene anche recentemente ascritto il demerito di non investire abbastanza in innovazione. Non ha alcun senso che in Italia la ricerca gravi tanto sulle spalle delle Pmi, che contano solo sulle proprie energie, e che sia così priva di coordinamento. Perché questo genera un’enorme quantità di spreco. Se in tanti fanno la stessa cosa, in tanti ne tralasceranno altre.
Innovazione, dove?
E poi, chi dice che l’innovazione si debba tutta generare in casa? Prototipi innovativi e nuove tecnologie si trovano ovunque nel mondo (con una maggiore concentrazione nelle aree in cui l’innovazione la si finanzia o la si incentiva con convinzione). E io mi domando: perché non ce li andiamo a prendere? La maggior parte di questi prototipi innovativi è liberamente a disposizione del mercato, nei limiti delle procedure di sfruttamento dei brevetti. Ovviamente, non parlo di copiare. Non parlo di fare come le imprese cinesi che, una settimana dopo l’annuncio di Steve Jobs dell’uscita sul mercato dell’i Phone, ne hanno proposto versioni praticamente identiche ma a prezzo più basso e con caratteristiche tecniche di minore pregio. Parlo della capacità tutta italiana di sapere ascoltare i segnali deboli dell’innovazione e sintonizzarsi sull’alto di gamma per confezionare prodotti di gusto ed eleganza inimitabili. E’ per certi aspetti questo il punto di forza vero del made in Italy.
Innovazione, cosa?
Non dimentichiamo che siamo diventati così bravi nella manifattura perché ci mancano – da sempre – le materie prime. Così il rilancio del made in Italy potrebbe trovare un nuovo rinascimento. Facciamo un esempio. Da anni, Maggie Orth dal Mit di Boston ci dice che i tessuti non sono più quelli di una volta, che i vestiti non devono per forza essere statici. Applicando concetti di microelettronica al filato, ha messo a punto stoffe che è sufficiente stimolare (con piccole correnti elettriche) per vederle cambiare di colore e decorazione. In Inghilterra il laboratorio d’innovazione Pdd ha messo a punto Snif, Sexy New Intelligent Fragrance, un prototipo già funzionante che permette di aggiungere una profumazione a un abito; il sistema monitora l’ambiente circostante e rilascia solo la quantità di aroma necessaria per risultare percepibile ma non invadente. Ma l’abbigliamento è solo uno fra gli esempi possibili. In Tennessee promettono di imbrigliare i raggi solari dentro speciali tubi che, se inseriti all’interno degli edifici, possono portare luce in modo del tutto naturale. E’ il progetto Hybrid Solar Lighting dell’Oak Ridge Laboratory. E – come è noto – noi italiani siamo leader nell’export di illuminazione alto di gamma.
Queste innovazioni esistono già, e sarebbero utilizzabili. Ma mancano dell’anima creativa, di quel tocco di design che le sappia rendere vincenti sul mercato internazionale.
Coordinare necessita est.
Io spero che si arrivi a una politica nazionale di coordinamento dell’innovazione che comporti la fine dello spreco delle ridondanze e sia supportata da finanziamenti alla ricerca. Ma occorre essere realisti, e allora, fino a quel momento, la mia ricetta per l’innovazione è questa: non fu chi per primo scolpì una roccia in forma circolare a cambiare le sorti dell’umanità, ma chi osservando la forza di un bue capì che poteva collegare i due elementi fra loro, potenza e fluidità. Per ottenere qualcosa prima inesistente, che ha cambiato le sorti dell’umanità. Intanto, in Mesopotamia ci facevano vasi e gli inca ci facevano giocare i bambini.
Fonte: Markup