Scritto da Admin
26 mar 2009

Ma la pubblicità è una cosa seria

La pubblicità è una cosa seria

La pubblicità, si sa, è l’anima del commercio. Ma è anche l’anima dell’informazione, nel senso che rappresenta una risorsa fondamentale per tutti i media, vecchi e nuovi, di carta o elettronici. E se è vero che l´informazione a sua volta è l´anima della democrazia, perché alimenta la libertà d´opinione e il pluralismo delle idee, allora si può dire – senza che nessuno si scandalizzi più di tanto – che la pubblicità è in qualche modo anche l´anima della democrazia economica.

Dobbiamo esserne tutti consapevoli, produttori e destinatari dell´informazione, a cominciare proprio da noi giornalisti che invece abbiamo spesso la puzza sotto il naso nei confronti della pubblicità, quasi fosse un carico da sopportare, un ingombro, una zavorra. La verità è che i nostri giornali, come prodotto industriale a diffusione di massa, senza le pagine o le inserzioni pubblicitarie non si potrebbero stampare e comunque sarebbero brutti, meno ricchi e attraenti.
Ma devono saperlo anche i cittadini lettori e telespettatori, in un rapporto reciproco di trasparenza e correttezza, al di fuori di qualsiasi contaminazione che comprometterebbe altrimenti sia la credibilità dell´informazione sia l´efficacia della comunicazione pubblicitaria.
La pubblicità, insomma, è una cosa seria, troppo seria per lasciarla solo agli addetti ai lavori, ai convegni o ai dibattiti di categoria. Tanto più in un momento come questo, mentre la crisi globale minaccia l´economia internazionale, i consumi si riducono, la produzione cala e l´occupazione diminuisce. È confortante quindi che, proprio dal mondo pubblicitario, arrivi un segnale di fiducia come quello lanciato dagli “stati generali della comunicazione” che l´Upa (Utenti Pubblicità Associati) ha convocato nei giorni scorsi a Roma, per confrontarsi intorno al tema “Tutto cambia. Cambiamo tutto?”.

Non è un caso che, insieme ai professionisti e ai tecnici del settore, vi abbiano partecipato i dirigenti di oltre 250 aziende italiane, in rappresentanza del 70-75% dell´investimento pubblicitario nazionale. A buon diritto, a conclusione dei lavori, il presidente dell´Upa Lorenzo Sassoli de Bianchi ha potuto rivendicare perciò l´impegno a “rimettere in moto le idee”, coniugando innovazione, trasparenza e responsabilità. Se la pubblicità è il volano dell´economia, è proprio da qui dunque che può partire la ripresa.

La sfida è duplice: per i comunicatori pubblicitari, perché devono sapere che, quando la crisi finirà, nulla sarà più come prima; per gli operatori dell´informazione, perché nell´era di Internet devono rinnovare rapidamente i loro prodotti all´insegna della multimedialità. All´uscita dalla recessione mondiale, il modello di sviluppo economico-sociale non potrà più essere imperniato verosimilmente sull´iperconsumismo, sui vecchi cardini dell´opulenza e dello spreco; ma piuttosto sulla qualità della vita, sul consumo responsabile, sulla difesa dell´ambiente e della salute, sull´uso delle fonti alternative e sul risparmio energetico.
D´altra parte, ogni forma di comunicazione dovrà integrare i codici e i linguaggi dei vari mezzi, per offrire un´informazione interattiva, on demand (a richiesta) e sempre più mobile.
La pubblicità non è un tabù, avevamo scritto qui appena qualche settimana fa. E ora il summit dell´Upa dimostra che davvero il totem si può abbattere. Si tratta, piuttosto, di regolare i flussi pubblicitari nella logica di un mercato equilibrato e moderno, contro i “cartelli”, le rendite di posizione o le posizioni dominanti, nell´interesse innanzitutto del cittadino consumatore. La buona informazione ha bisogno di buona pubblicità e una società democratica ha bisogno di entrambe.
Fonte: la Repubblica