Scritto da Admin
07 nov 2008


Nel trovare soluzioni strategiche e creative, nel proporre azioni di comunicazione, nel dare pareri, mi sembra spesso di improvvisare, di basarmi sul buon senso e sull’ esperienza e poco sui fatti e sulle analisi. All’ opposto vedo i Centri Media che seppelliscono di numeri e di documentazione le loro proposte.
Nel mestiere di comunicatore quanto spazio bisogna lasciare all’intuito e quanto all’analisi tecnica e razionale?

Oggi è più che giustificata l’impressione di una certa approssimazione nello svolgere il proprio mestiere perché si è accentuata la distanza fra la elevata specializzazione da un lato (es. i centri media, le discipline specialistiche di comunicazione) e la sollecitazione ad avere progetti integrati ed una visione strategica generale e coerente dall’ altro (es. il branding, la richiesta di strategie creative organiche). I due piani dialogano sempre meno tra loro e sempre più le diverse “competences” si sentono inadeguate e private di un paradigma comune dove collocarsi. E ogni professionista attinge alle risorse e alle argomentazioni che più gli appartengono, siano esse i numeri e le analisi o l’intuizione o l’esperienza, ma si sen te spesso inadeguato.
Le tecniche di “problem solving”, che è l’abilità con cui le imprese di comunicazione devono quotidianamente confrontarsi, aiutano a individuare un metodo organico.
La premessa di queste tecniche prevede proprio di non innamorarsi di un unico approccio e di sapere, invece, impiegare con abilità diverse metodologie.
Come illustrato nel box, sono tre le tecniche di base del “problem solving”, ognuna delle quali ha vantaggi e svantaggi: il metodo logico deduttivo, l’approccio sperimentale, il metodo intuitivo (o creativo).
L’errore sta nel credere che esiste in assoluto un metodo migliore di un altro e di proclamarsi paladini della creatività a tutti costi, o dell’esperienza o della ricerca razionale, senza avere la flessibilità e la sensibilità di modificare il proprio abituale approccio.

Anche la risposta “il metodo dipende dal problema da affrontare e dal contesto” può però nascondere la trappola del non riferirsi a nessun metodo in particolare e alle sue ferree regole, giustificando il saltare da un approccio all’ altro. Credo che sia proprio questa mancanza di rigore e di disciplina interna che genera il senso di inadeguatezza presente nella domanda iniziale.
Alcuni paletti possono aiutare ad affrontare con più aderenza il costante “problem solving” cui sono chiamate le agenzie.
E’ importante distinguere il momento della ricerca e dell’ analisi delle cause e del contesto del “problema” da affrontare (che coincide con la fase di ricerche, confronti, raccolta informazioni) rispetto al momento della presa di decisione su come risolvere il problema (che, ad esempio, coincide con la scelta delle proposte da presentare, delle azioni da avviare): se queste due fasi sono sovrapposte, è più debole la soluzione, a volte imbarazzante per inefficacia perché non collegata con le vere cause del problema.
Bisogna ricordarsi che la configurazione iniziale del problema, la sua valutazione percettiva determina poi la scelta del metodo e del processo successivo: questo “pregiudizio” è influenzato dal mondo delle nostre emozioni che orienta modelli percettivi e “bias cognitivi” che spesso rendono distorta e limitata ogni ricerca e analisi successiva.
Il processo di analisi e gestione del problema, al di là del metodo che si è scelto, deve rispettare dei passaggi precisi. Le fasi illustrate nella figura sotto riportata si riferiscono ad un processo chiamato “configurazionale”: da una valutazione di partenza, si considera lo spazio “configurazionale” da gestire ovvero le variabili umane e organizzative e i parametri oggettivi per poi definire la configurazione ottimale cui tendere e procedere ad avvicinarsi ad essa con tappe successive.
Nella realtà complessa e articolata delle imprese di comunicazione, il “problem solving” e le soluzione transitano inevitabilmente attraverso un processo decisionale di gruppo, in cui la condivisione delle informazioni è fondamentale: ricordarsi che, in questi contesti, normalmente vengono condivise le informazioni comuni, meno quelle dei singoli individui. E a volte sono questi i dati che fanno la differenza per imboccare una strada o un’ altra. Per ottenere tali specifiche informazioni, spesso non si tiene sufficientemente conto dell’influenza sociale, affettiva, emotiva sugli individui, che li porta a partecipare o meno a discussioni e confronti.
Infine, a semplice titolo di promemoria, considerate alcuni ostacoli ad 1m efficace “problem solving” che sono riportati nell’ultima figura.
Fonte: L’Impresa di Comunicazione